Kirie, di Ugo Chiti, è uno spettacolo pensato e scritto per una voce sola; per una sola attrice. Sara, Rachele, Antioca ed altri personaggi femminili, sono raccontati da Carla Guido che ne interpreta lo spirito più profondo. I nostri personaggi non si ribellano, non bestemmiano contro l’Eterno per la loro condizione ma lottano per la vita, e con la loro eccezionale umanità, cercano di lenire le sofferenze e i dolori che l’uomo si costruisce. Donne, diverse ma simili, mediterranee, semplici e sanguigne che piangono a pagamento ma che, in cuor loro, piangono per le vite perdute senza una ragione, solo per l’arbitrio umano, per la paura del diverso, della perdita del potere. Simbolo della sofferenza di queste donne è l’ambientazione della storia: la crocifissione di Cristo sul Golgota e il suicidio di Giuda. Lo spettacolo non è la rappresentazione della Passione, ma dalla morte di Cristo, Chiti trae spunto per comunicare l’universalità del dolore. Il dramma, quindi, con il suo contenuto antropologico simbolico, si offre a segno dell’identità culturale mediterranea nella logica dell’incontro tra oriente ed occidente. Tutto ciò ha un fondamento nelle figure femminili presenti nei Vangeli, che qui sono laicizzate, sottratte ad una dimensione temporale storicamente definita e universalizzate, assumendo i tratti e le figure anche della donna salentina, in particolare semantizzata dal ruolo della prefica che piange i figli vittime della storia, ossia dei pregiudizi e della violenza della società e dell’uomo.