Una donna incastrata in una grottesca fiaba meridionale, intrisa di tradizioni e luoghi comuni, in cui un po’ si ride e un po’ si piange. Tutto è riso amaro. E un rifiuto diventa disonore. Una donna alla ricerca di riscatto, rapita dalle circostanze, ingabbiata in un microcosmo in cui il tempo sembra essersi fermato.
Una vita messa in piazza, in un paesello di pescatori assonnato e ciarliero in cui ognuno cerca di tirare a campare come meglio può.
La gente deve parlare per mandare avanti la propria esistenza. Una sorta di condivisione obbligata e il più delle volte obbligante. Perché la violenza è anche quella psicologica che schiaccia e annienta e costringe…
In scena una vedova. Immacolata, la protagonista, che prende ispirazione dai meravigliosi personaggi femminili dei film di Lina Wertmüller.
Dopo la sepoltura di suo marito, Tonino, pescatore da generazioni, morto per cause alquanto bislacche, Immacolata, si lascia andare ad uno sfogo. E che sfogo!
Sembrerebbe di dolore inizialmente, in perfetto stile da prefica del meridione, poi svela la sua vera natura. Vuole ricominciare a vivere, magari recuperare il tempo perduto, darsi una seconda possibilità. E lo fa con ironia, quell’ironia e quel sarcasmo che nascono da una ferita profonda, da un dolore rimpiattato dentro troppo a lungo.
Lei che si è sempre dovuta accontentare, che per una vita intera ha dovuto compiacere le pretese e le aspettative di tutti quelli che la facevano sentire diversa e fuori luogo.
Lei, creatura tanto sottovalutata, che ha sempre visto nell’essere donna un mistero meraviglioso da conoscere e non da evitare a tutti i costi. Lei, un po’ troppo in anticipo sui tempi, forse…
Lei che ha trovato la forza di andare avanti, di ricominciare a fiorire, di lasciarsi alle spalle una volta per tutte il diktat delle convenzioni sociali.
Una donna incastrata in una grottesca fiaba meridionale, intrisa di tradizioni e luoghi comuni, in cui un po’ si ride e un po’ si piange. Tutto è riso amaro. E un rifiuto diventa disonore. Una donna alla ricerca di riscatto, rapita dalle circostanze, ingabbiata in un microcosmo in cui il tempo sembra essersi fermato.
Una vita messa in piazza, in un paesello di pescatori assonnato e ciarliero in cui ognuno cerca di tirare a campare come meglio può.
La gente deve parlare per mandare avanti la propria esistenza. Una sorta di condivisione obbligata e il più delle volte obbligante. Perché la violenza è anche quella psicologica che schiaccia e annienta e costringe…
In scena una vedova. Immacolata, la protagonista, che prende ispirazione dai meravigliosi personaggi femminili dei film di Lina Wertmüller.
Dopo la sepoltura di suo marito, Tonino, pescatore da generazioni, morto per cause alquanto bislacche, Immacolata, si lascia andare ad uno sfogo. E che sfogo!
Sembrerebbe di dolore inizialmente, in perfetto stile da prefica del meridione, poi svela la sua vera natura. Vuole ricominciare a vivere, magari recuperare il tempo perduto, darsi una seconda possibilità. E lo fa con ironia, quell’ironia e quel sarcasmo che nascono da una ferita profonda, da un dolore rimpiattato dentro troppo a lungo.
Lei che si è sempre dovuta accontentare, che per una vita intera ha dovuto compiacere le pretese e le aspettative di tutti quelli che la facevano sentire diversa e fuori luogo.
Lei, creatura tanto sottovalutata, che ha sempre visto nell’essere donna un mistero meraviglioso da conoscere e non da evitare a tutti i costi. Lei, un po’ troppo in anticipo sui tempi, forse…
Lei che ha trovato la forza di andare avanti, di ricominciare a fiorire, di lasciarsi alle spalle una volta per tutte il diktat delle convenzioni sociali.
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