Il 13 ottobre 1972 il volo 571 dell’aeronautica militare uruguaiana si schiantò sulle Ande con quarantacinque persone a bordo. Il volo trasportava i membri della squadra di rugby Old Christians Club insieme ad alcuni amici e familiari. I ragazzi avrebbero dovuto affrontare una partita, la rotta era da Montevideo, in Uruguay, a Santiago, in Cile. Solo un passeggero non aveva alcun legame con la squadra. Allo schianto sopravvissero in ventinove e dopo settantadue giorni solo sedici di loro furono salvati dai soccorsi. Il 22 dicembre 1972 il mondo venne a sapere che sulla Cordigliera delle Ande i passeggeri erano sopravvissuti cibandosi dei corpi dei loro amici.
Nel 2025 io e Linda Dalisi siamo partite per Montevideo per incontrare alcuni sopravvissuti al disastro aereo delle Ande, oggi settantenni, e i familiari di chi non fece ritorno. Abbiamo visitato le loro case, i luoghi di lavoro, il campo da rugby dove si allenavano e scoperto una comunità internazionale di appassionati della loro storia. Siamo entrate anche in un museo che custodisce una cella frigorifera in cui i visitatori possono provare, per 72 secondi, il gelo vissuto dai ragazzi per 72 giorni. Linda Dalisi definisce questa vicenda “prismatica”: non esistono vincitori né eroi. Una parte essenziale della storia si svolge infatti a Montevideo, dove le famiglie dei dispersi pregavano, consultavano indovini, noleggiavano aerei per sorvolare la cordigliera e cercavano perfino di parlare con Allende pur di ritrovare i propri figli. Da tutto questo emerge una domanda: fin dove è disposto a spingersi l’essere umano? Fabiana Iacozzilli
Il 13 ottobre 1972 il volo 571 dell’aeronautica militare uruguaiana si schiantò sulle Ande con quarantacinque persone a bordo. Il volo trasportava i membri della squadra di rugby Old Christians Club insieme ad alcuni amici e familiari. I ragazzi avrebbero dovuto affrontare una partita, la rotta era da Montevideo, in Uruguay, a Santiago, in Cile. Solo un passeggero non aveva alcun legame con la squadra. Allo schianto sopravvissero in ventinove e dopo settantadue giorni solo sedici di loro furono salvati dai soccorsi. Il 22 dicembre 1972 il mondo venne a sapere che sulla Cordigliera delle Ande i passeggeri erano sopravvissuti cibandosi dei corpi dei loro amici.
Nel 2025 io e Linda Dalisi siamo partite per Montevideo per incontrare alcuni sopravvissuti al disastro aereo delle Ande, oggi settantenni, e i familiari di chi non fece ritorno. Abbiamo visitato le loro case, i luoghi di lavoro, il campo da rugby dove si allenavano e scoperto una comunità internazionale di appassionati della loro storia. Siamo entrate anche in un museo che custodisce una cella frigorifera in cui i visitatori possono provare, per 72 secondi, il gelo vissuto dai ragazzi per 72 giorni. Linda Dalisi definisce questa vicenda “prismatica”: non esistono vincitori né eroi. Una parte essenziale della storia si svolge infatti a Montevideo, dove le famiglie dei dispersi pregavano, consultavano indovini, noleggiavano aerei per sorvolare la cordigliera e cercavano perfino di parlare con Allende pur di ritrovare i propri figli. Da tutto questo emerge una domanda: fin dove è disposto a spingersi l’essere umano? Fabiana Iacozzilli
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