Antigone è nel destino del Teatro di ogni tempo. È uno dei modelli archetipici che ci accompagnano a prescindere dalla nostra storia, cultura, religione, visione. Di Antigone, Anouilh, non ha riscritto le parole, ha scritto la voce. Antigone o della disputa della ragione, delle ragioni. Di quelle trasversali, dimesse dall’identità individuale a favore di un corpo-coro che le comprenda tutte.
Antigone e Creonte non sono opposti assoluti, ma due facce della stessa umanità: possiamo essere entrambi, in momenti diversi della nostra vita, e riconoscerci l’uno nel riflesso dell’altro. Il testo diventa così un soliloquio a più voci, una confessione intima e scomoda, capace di interrogare il senso delle scelte, del tempo e della speranza. La distribuzione dei ruoli, tra personaggi e rispettivi riflessi, rende visibile questa ambivalenza. Al centro resta una domanda universale: le leggi devono governare la vita o è la vita a dover orientare le leggi? Antigone ci ricorda che quel corpo insepolto, simbolo di ciò che rifiutiamo di riconoscere, siamo noi stessi, ancora vivi. In fondo a Teatro parliamo sempre di questo: Essere uomini o essere umani.