Un direttore d’orchestra di una banda di paese, un officiante e un musico, la storia di un viaggio. Una via crucis, un omaggio a chi non c’è più, un rito dedicato anche a chi ce l’ha fatta, un’esortazione all’accoglienza.
L’esecuzione di un’opera in versi che sembra la storia “fantastica” del viaggio di un ragazzo, dell’”uomo nero”, quasi un’altra Odissea, lunga 10 anni. La partenza forzata da una terra martoriata e prigioniera, ma tanto amata, per approdare su una terra nuova. Il desiderio di qualsiasi bambino, di qualsiasi adulto, di vivere la semplice felicità del quotidiano. La vita di questo “uomo nero” è come la vita di tutti noi. Il suo viaggio, il nostro viaggio. Non è per forza una tragedia, può essere un’epifania. A volte agevole, a volte tremendo e avventuroso, tragico e senza speranza, a volte tranquillo e di scoperta. In fondo siamo sempre in viaggio e potremmo dover ripartire per cercare nuove isole. Abitiamo lo stesso destino da millenni, siamo frutto di un peregrinare e sempre saremo destinati a viaggiare e a varcare confini. Attenzione, bisogna essere sempre pronti e preparati ad affrontare le onde, per raggiungere la nostra nuova isola. Bisogna essere pronti ad accogliere per poter essere accolti. In fondo il nostro destino di esseri umani è imparare a viaggiare insieme, per evitare di naufragare.
Le vicende si ispirano alla storia vera di un ragazzo Sudanese, Mohammed Ibrahim Ali, partito a 13 anni dal Sudan e arrivato in Italia a 23 anni, cieco, a causa delle torture subite. Tutte le vicende intrecciate nell’opera, non fanno riferimento a nessuna geografia o epoca o figure storiche e riportano, senza citarli giornalisticamente, fatti realmente accaduti e non sempre legati alla storia del ragazzo. Una costruzione totalmente di fantasia, che attinge concretamente al reale. Grazie per aver raccontato la mia storia
Grazie perché, anche se era triste, mi hai dato forza e coraggio E grazie a te ho capito chi sono
Grazie a te, amico mio Ippolito (Mohammed Ibrahim Ali)
Un direttore d’orchestra di una banda di paese, un officiante e un musico, la storia di un viaggio. Una via crucis, un omaggio a chi non c’è più, un rito dedicato anche a chi ce l’ha fatta, un’esortazione all’accoglienza.
L’esecuzione di un’opera in versi che sembra la storia “fantastica” del viaggio di un ragazzo, dell’”uomo nero”, quasi un’altra Odissea, lunga 10 anni. La partenza forzata da una terra martoriata e prigioniera, ma tanto amata, per approdare su una terra nuova. Il desiderio di qualsiasi bambino, di qualsiasi adulto, di vivere la semplice felicità del quotidiano. La vita di questo “uomo nero” è come la vita di tutti noi. Il suo viaggio, il nostro viaggio. Non è per forza una tragedia, può essere un’epifania. A volte agevole, a volte tremendo e avventuroso, tragico e senza speranza, a volte tranquillo e di scoperta. In fondo siamo sempre in viaggio e potremmo dover ripartire per cercare nuove isole. Abitiamo lo stesso destino da millenni, siamo frutto di un peregrinare e sempre saremo destinati a viaggiare e a varcare confini. Attenzione, bisogna essere sempre pronti e preparati ad affrontare le onde, per raggiungere la nostra nuova isola. Bisogna essere pronti ad accogliere per poter essere accolti. In fondo il nostro destino di esseri umani è imparare a viaggiare insieme, per evitare di naufragare.
Le vicende si ispirano alla storia vera di un ragazzo Sudanese, Mohammed Ibrahim Ali, partito a 13 anni dal Sudan e arrivato in Italia a 23 anni, cieco, a causa delle torture subite. Tutte le vicende intrecciate nell’opera, non fanno riferimento a nessuna geografia o epoca o figure storiche e riportano, senza citarli giornalisticamente, fatti realmente accaduti e non sempre legati alla storia del ragazzo. Una costruzione totalmente di fantasia, che attinge concretamente al reale. Grazie per aver raccontato la mia storia
Grazie perché, anche se era triste, mi hai dato forza e coraggio E grazie a te ho capito chi sono
Grazie a te, amico mio Ippolito (Mohammed Ibrahim Ali)
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