Questa è la storia dei sacrificabili del Capo di Leuca del secolo scorso. Ternitti, dal romanzo di Mario Desiati, titolo finalista al premio Strega 2011, racconta una storia che a varie latitudini nel mondo si ripete: quella di persone che sacrificano al lavoro la propria vita.
La scena è animata da tre donne che si muovono in uno spazio che si sposta continuamente dall’onirico al tangibile abitato da una pletora di sedie vuote, accatastate, appese, rivoltate. Ogni sedia rappresenta una persona della vita di Mimì, figlia di salentini emigrati nella città dell’eternit, Niederurnen. Ogni sedia è una persona che Mimì ha perso a causa dell’amianto, lo stesso amianto che ha intrecciato il destino di tutti loro.
All’inizio dello spettacolo troviamo Mimì che protesta sul tetto di una fabbrica per rivendicare il suo diritto a mantenere un posto di lavoro. Con lei ci sono Teresa, sua compagna di lotta, e Arianna, la figlia tanto amata, che cerca nella professione di medico il riscatto per la sua famiglia costretta a scegliere, da sempre, tra lavoro e salute. Con lei i dialoghi si fanno accesi, talvolta violenti, drammatici, dolcissimi. Ternitti si configura come una rivisitazione del teatro di narrazione in cui Mimì rivive tutta la sua vita fatta di sacrifici, gioie e profondi dolori. Centrali nello spettacolo sono la musica e la lingua salentina che, intrecciate, riverberano in
brevi canti popolari e in ritmi ancestrali, restituendo un Sud che fatica a trovare nella modernità la possibilità di affrancarsi dalla miseria e dal dolore, e dal legame con gli antenati che Mimì rivede ogni volta che si accuccia per terra, con i quali parla, ai quali sussurra la sua storia. Il riscatto auspicato da Arianna e da Mimì arriverà con una nuova consapevolezza di sé e della propria capacità di lottare senza accettare fatalisticamente la condizione di ultimi.
Questa è la storia dei sacrificabili del Capo di Leuca del secolo scorso. Ternitti, dal romanzo di Mario Desiati, titolo finalista al premio Strega 2011, racconta una storia che a varie latitudini nel mondo si ripete: quella di persone che sacrificano al lavoro la propria vita.
La scena è animata da tre donne che si muovono in uno spazio che si sposta continuamente dall’onirico al tangibile abitato da una pletora di sedie vuote, accatastate, appese, rivoltate. Ogni sedia rappresenta una persona della vita di Mimì, figlia di salentini emigrati nella città dell’eternit, Niederurnen. Ogni sedia è una persona che Mimì ha perso a causa dell’amianto, lo stesso amianto che ha intrecciato il destino di tutti loro.
All’inizio dello spettacolo troviamo Mimì che protesta sul tetto di una fabbrica per rivendicare il suo diritto a mantenere un posto di lavoro. Con lei ci sono Teresa, sua compagna di lotta, e Arianna, la figlia tanto amata, che cerca nella professione di medico il riscatto per la sua famiglia costretta a scegliere, da sempre, tra lavoro e salute. Con lei i dialoghi si fanno accesi, talvolta violenti, drammatici, dolcissimi. Ternitti si configura come una rivisitazione del teatro di narrazione in cui Mimì rivive tutta la sua vita fatta di sacrifici, gioie e profondi dolori. Centrali nello spettacolo sono la musica e la lingua salentina che, intrecciate, riverberano in
brevi canti popolari e in ritmi ancestrali, restituendo un Sud che fatica a trovare nella modernità la possibilità di affrancarsi dalla miseria e dal dolore, e dal legame con gli antenati che Mimì rivede ogni volta che si accuccia per terra, con i quali parla, ai quali sussurra la sua storia. Il riscatto auspicato da Arianna e da Mimì arriverà con una nuova consapevolezza di sé e della propria capacità di lottare senza accettare fatalisticamente la condizione di ultimi.
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