A 30 anni dalla scomparsa di Don Peppe Diana lo spettacolo ricorda il martirio del sacerdote di Casal di Principe impegnato nel contrasto alla camorra nei primi anni ’90, gli anni del dominio assoluto del Clan dei Casalesi, barbaramente assassinato nella sacrestia della sua parrocchia il 19 marzo del 1994.
Uno spettacolo necessario per mantenere viva la memoria di quel “prete di periferia” che con il suo sacrificio contribuì alla nascita di una nuova consapevolezza della camorra, un maggiore impegno civile e una forte speranza nel futuro.
Lo spettacolo racconta le vicende che si svolgono attorno all’ omicidio di don Peppe Diana, sacerdote di Casal di Principe impegnato nel contrasto alla camorra nei primi anni ’90, gli anni del dominio assoluto del Clan dei Casalesi, guidato dal boss Francesco Schiavone, detto “Sandokan”. A raccontare quelle vicende è Beppe, un uomo della comunità di Casal di Principe, anche egli con la vita segnata dal quel 19 Marzo 1994.
La narrazione si sviluppa in nove capitoli, “nove mani” come quelle che dà un inesperto imbianchino ad una vecchia parete per cercare di nascondere, di coprire un colore che non piace più.
Il personaggio, caratterizzato dalla mutilazione della mano, avvenuta in quel maledetto giorno, racconta della lotta di don Peppe contro la camorra divenuta cancro della società campana e “componente endemica” del territorio, i cui componenti controllavano non solo i traffici illeciti, ma si erano anche infiltrati negli enti locali e gestivano fette rilevanti di economia legale.
Lo spettacolo ha l’obiettivo di ricordare il martirio di don Peppe, di raccontare a chi non lo ha conosciuto il suo impegno e anche la terribile macchina del fango posta in essere dalla camorra dopo la sua morte, affinché la figura di don Peppe non divenisse un esempio da seguire.
A 30 anni dalla scomparsa di Don Peppe Diana lo spettacolo ricorda il martirio del sacerdote di Casal di Principe impegnato nel contrasto alla camorra nei primi anni ’90, gli anni del dominio assoluto del Clan dei Casalesi, barbaramente assassinato nella sacrestia della sua parrocchia il 19 marzo del 1994.
Uno spettacolo necessario per mantenere viva la memoria di quel “prete di periferia” che con il suo sacrificio contribuì alla nascita di una nuova consapevolezza della camorra, un maggiore impegno civile e una forte speranza nel futuro.
Lo spettacolo racconta le vicende che si svolgono attorno all’ omicidio di don Peppe Diana, sacerdote di Casal di Principe impegnato nel contrasto alla camorra nei primi anni ’90, gli anni del dominio assoluto del Clan dei Casalesi, guidato dal boss Francesco Schiavone, detto “Sandokan”. A raccontare quelle vicende è Beppe, un uomo della comunità di Casal di Principe, anche egli con la vita segnata dal quel 19 Marzo 1994.
La narrazione si sviluppa in nove capitoli, “nove mani” come quelle che dà un inesperto imbianchino ad una vecchia parete per cercare di nascondere, di coprire un colore che non piace più.
Il personaggio, caratterizzato dalla mutilazione della mano, avvenuta in quel maledetto giorno, racconta della lotta di don Peppe contro la camorra divenuta cancro della società campana e “componente endemica” del territorio, i cui componenti controllavano non solo i traffici illeciti, ma si erano anche infiltrati negli enti locali e gestivano fette rilevanti di economia legale.
Lo spettacolo ha l’obiettivo di ricordare il martirio di don Peppe, di raccontare a chi non lo ha conosciuto il suo impegno e anche la terribile macchina del fango posta in essere dalla camorra dopo la sua morte, affinché la figura di don Peppe non divenisse un esempio da seguire.
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