“Uno spettacolo fuor di maniera che parla con la semplicità immediata di raggiri e valori, di supponenza e materialità […] Con leggerezza e nessuna pedanteria, così che la risata costituisca ed evochi risposta politica ad angherie e soprusi di forza brutale.” Gianfranco Capitta “Di certo sono da annotare le risate sincere e irrefrenabili di una platea gremita: sono il prodotto di premurose e appassionate negoziazioni tra sapienti attori e generosa regia”. Sergio Lo Gatto In una Efeso simile all’originale quanto l’ambientazione di certi Spaghetti Western al Far West, si consuma la tragicomica truffa di un gruppo di sfaccendati di vario genere ai danni di un milite che ha due debolezze: le donne, meglio se sposate, ed essere adulato. Ha una divisa, dunque un potere, e molti soldi, che dispensa generosamente per soddisfare questi peccatucci. Do ut des, normale. Perché tutti dunque lo odiano? Ha rapito e tiene segregata una giovane meretrice, e non fa altro che millantare meriti ed imprese. Tutti fingono simpatia e perfino amore per lui per aver qualcosa in più di ciò che loro spetta, tutti pronti a godere nell’improvvisare vere e proprie recite in favore del credulo pavone, ma pavoneggiandosi a loro volta della loro abilità nel sostenere il ruolo stabilito: l’amico fidato, il servo fedele, il vicino premuroso, la fidanzata amorevole e così via. Così la strada diventa scena e il teatro da mezzo diventa fine e le parole di Giulietta si mescolano a quelle di Ofelia in un pot-pourri da serata d’onore. Ne risulta una gara tra attori consumati dove l’unico spettatore pagante in conclusione, viene imbrogliato, derubato e malmenato. L’eccesso è sempre un vizio… a prescindere dal contesto, ma nel nostro caso il pestaggio finale fa emergere la tendenza italica al giustizialismo piuttosto che alla giustizia.
“Uno spettacolo fuor di maniera che parla con la semplicità immediata di raggiri e valori, di supponenza e materialità […] Con leggerezza e nessuna pedanteria, così che la risata costituisca ed evochi risposta politica ad angherie e soprusi di forza brutale.” Gianfranco Capitta “Di certo sono da annotare le risate sincere e irrefrenabili di una platea gremita: sono il prodotto di premurose e appassionate negoziazioni tra sapienti attori e generosa regia”. Sergio Lo Gatto In una Efeso simile all’originale quanto l’ambientazione di certi Spaghetti Western al Far West, si consuma la tragicomica truffa di un gruppo di sfaccendati di vario genere ai danni di un milite che ha due debolezze: le donne, meglio se sposate, ed essere adulato. Ha una divisa, dunque un potere, e molti soldi, che dispensa generosamente per soddisfare questi peccatucci. Do ut des, normale. Perché tutti dunque lo odiano? Ha rapito e tiene segregata una giovane meretrice, e non fa altro che millantare meriti ed imprese. Tutti fingono simpatia e perfino amore per lui per aver qualcosa in più di ciò che loro spetta, tutti pronti a godere nell’improvvisare vere e proprie recite in favore del credulo pavone, ma pavoneggiandosi a loro volta della loro abilità nel sostenere il ruolo stabilito: l’amico fidato, il servo fedele, il vicino premuroso, la fidanzata amorevole e così via. Così la strada diventa scena e il teatro da mezzo diventa fine e le parole di Giulietta si mescolano a quelle di Ofelia in un pot-pourri da serata d’onore. Ne risulta una gara tra attori consumati dove l’unico spettatore pagante in conclusione, viene imbrogliato, derubato e malmenato. L’eccesso è sempre un vizio… a prescindere dal contesto, ma nel nostro caso il pestaggio finale fa emergere la tendenza italica al giustizialismo piuttosto che alla giustizia.
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