Tra gli anni ’80 e ’90 l’ingegnere Vito Alfieri Fontana eredita dal padre la Tecnovar di Bari, azienda specializzata nella produzione di componenti militari, soprattutto mine antiuomo e anticarro. Per anni porta avanti l’attività di famiglia, fino a quando decide di chiudere la fabbrica e intraprendere un profondo percorso di trasformazione personale. Con coraggio sceglie di schierarsi contro ciò che aveva prodotto: collabora con i movimenti antimina, partecipa a Oslo come consulente della campagna guidata dal premio Nobel Joyce Williams e, dal 1999, lavora nei Balcani come sminatore per l’Ong Intersos, attività svolta fino a pochi anni fa. Attraverso i suoi racconti emergono le ferite lasciate dalla guerra: case distrutte e ricostruite, corpi mutilati, famiglie spezzate, vite segnate dalla paura e dalla perdita. Le sue sono storie di confini, di soldati e civili, di contrabbando e sopravvivenza. Ascoltarlo significa confrontarsi con le conseguenze concrete delle armi che un tempo produceva.
La vicenda di Vito assume così un valore universale perché parla della paura del cambiamento. Tutti cerchiamo sicurezza nelle abitudini e nelle certezze quotidiane, ma a volte la vita — o una scelta interiore — ci costringe a mettere tutto in discussione e ad avere il coraggio di cambiare radicalmente strada.
Tra gli anni ’80 e ’90 l’ingegnere Vito Alfieri Fontana eredita dal padre la Tecnovar di Bari, azienda specializzata nella produzione di componenti militari, soprattutto mine antiuomo e anticarro. Per anni porta avanti l’attività di famiglia, fino a quando decide di chiudere la fabbrica e intraprendere un profondo percorso di trasformazione personale. Con coraggio sceglie di schierarsi contro ciò che aveva prodotto: collabora con i movimenti antimina, partecipa a Oslo come consulente della campagna guidata dal premio Nobel Joyce Williams e, dal 1999, lavora nei Balcani come sminatore per l’Ong Intersos, attività svolta fino a pochi anni fa. Attraverso i suoi racconti emergono le ferite lasciate dalla guerra: case distrutte e ricostruite, corpi mutilati, famiglie spezzate, vite segnate dalla paura e dalla perdita. Le sue sono storie di confini, di soldati e civili, di contrabbando e sopravvivenza. Ascoltarlo significa confrontarsi con le conseguenze concrete delle armi che un tempo produceva.
La vicenda di Vito assume così un valore universale perché parla della paura del cambiamento. Tutti cerchiamo sicurezza nelle abitudini e nelle certezze quotidiane, ma a volte la vita — o una scelta interiore — ci costringe a mettere tutto in discussione e ad avere il coraggio di cambiare radicalmente strada.
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