Un giovane immigrato albanese, costretto a subire le prepotenze di un caporale malavitoso foggiano, dopo un litigio viene spedito a lavorare nel basso Salento alle dipendenze di un nuovo padrone che in questo caso ricopre il ruolo sia di titolare dell’agenzia di vigilanza “LA SICURA” sia quello di Sindaco del Paese che deve essere vigilato. Al giovane albanese viene dunque affidato il ruolo di sorvegliante: suo compito è infatti quello di vigilare le case al mare lungo la STRADA CUCCHIARA insieme a lui, ad essere trattati come schiavi, tre guitti pugliesi: un tarantino, un barese e un leccese, i tre per dare una svolta alle loro vite e migliorare la loro condizione economica hanno un’idea che non può che essere criminale ma il ragazzo albanese, che oramai fa parte della banda, ne ha una migliore… la condizione di clandestinità e i tormenti conosciuti in Albania durante la dittatura di Enver Hoxha, hanno reso il ragazzo scaltro e cinico ma con una coscienza limpida e un profondo rispetto per il valore della libertà. Tutto si svolge in un paesaggio invernale, abbandonato, triste e disabitato, un paesaggio italiano, specificatamente pugliese abitato da padroni e da servi che cercano di sopravvivere. Il racconto di D’Amicis ci riporta allo sbarco degli albanesi degli anni ’90: ci siamo chiesti dove siano finiti, che fine abbiano fatto, se sono davvero diventati italiani come speravano, quale sia il loro livello di integrazione; ci sembra che siano riusciti a camuffarsi tra noi, nel nostro caso truccandosi da jolly, da buffone, da clown nero, quello che ha il compito di far ridere l’unico vero Re che conta, quello che soffre ogni giorno, vale a dire il popolo. Il racconto, così com’è scritto, ha una cifra surreale, inverosimile e comica seppur nella sua drammaticità. La storia del nostro ragazzo di Tirana diventa dunque spettacolo, dichiaratamente spettacolo e il suo intento è da subito ben chiaro: far ridere il pubblico, il popolo, raccontando le proprie disgrazie.
Un giovane immigrato albanese, costretto a subire le prepotenze di un caporale malavitoso foggiano, dopo un litigio viene spedito a lavorare nel basso Salento alle dipendenze di un nuovo padrone che in questo caso ricopre il ruolo sia di titolare dell’agenzia di vigilanza “LA SICURA” sia quello di Sindaco del Paese che deve essere vigilato. Al giovane albanese viene dunque affidato il ruolo di sorvegliante: suo compito è infatti quello di vigilare le case al mare lungo la STRADA CUCCHIARA insieme a lui, ad essere trattati come schiavi, tre guitti pugliesi: un tarantino, un barese e un leccese, i tre per dare una svolta alle loro vite e migliorare la loro condizione economica hanno un’idea che non può che essere criminale ma il ragazzo albanese, che oramai fa parte della banda, ne ha una migliore… la condizione di clandestinità e i tormenti conosciuti in Albania durante la dittatura di Enver Hoxha, hanno reso il ragazzo scaltro e cinico ma con una coscienza limpida e un profondo rispetto per il valore della libertà. Tutto si svolge in un paesaggio invernale, abbandonato, triste e disabitato, un paesaggio italiano, specificatamente pugliese abitato da padroni e da servi che cercano di sopravvivere. Il racconto di D’Amicis ci riporta allo sbarco degli albanesi degli anni ’90: ci siamo chiesti dove siano finiti, che fine abbiano fatto, se sono davvero diventati italiani come speravano, quale sia il loro livello di integrazione; ci sembra che siano riusciti a camuffarsi tra noi, nel nostro caso truccandosi da jolly, da buffone, da clown nero, quello che ha il compito di far ridere l’unico vero Re che conta, quello che soffre ogni giorno, vale a dire il popolo. Il racconto, così com’è scritto, ha una cifra surreale, inverosimile e comica seppur nella sua drammaticità. La storia del nostro ragazzo di Tirana diventa dunque spettacolo, dichiaratamente spettacolo e il suo intento è da subito ben chiaro: far ridere il pubblico, il popolo, raccontando le proprie disgrazie.
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