di Annagiulia Costantino
Intrattenimento, emozione, diletto sono tutti termini che comunemente si riconducono all’arte musicale – coreutica. Ma, al di là degli sguardi più superficiali, la musica e la danza possono essere atti trasformativi, strumenti di guarigione in grado di esorcizzare i malesseri interiori dell’uomo.
Venerdì 7 novembre ha debuttato in prima assoluta al teatro Piccinni di Bari Mors di Elisa Barucchieri e Wolf Spider di Kor’sia, compagnia di danza italo – spagnola con sede a Madrid.
Entrambi i lavori rappresentano una rivisitazione contemporanea della leggenda della taranta e del ballo della pizzica, emblema della cultura salentina estremamente viva ancor oggi. Wolf Spider nasce dalla residenza in Puglia di Mattia Russo e Antonio de Rosa – membri fondatori di Kor’sia, frutto di immagini e suggestioni nate dal territorio.
Il titolo evoca il morso velenoso del ragno che dopo aver colpito induce a uno sfogo incontrollato che si manifesta attraverso una danza compulsiva. Come ben sottolinea Liliana Dell’Osso, nel caso del tarantismo si ha «il duplice effetto di indurre la follia e di risolverla attraverso la danza, che va quindi a rappresentare, al tempo stesso, il disordine e ciò che riconduce all’ultimo»[1].
In Mors, la potenza della partitura sonora riveste un ruolo cruciale. Tre danzatrici vestite di bianco si muovono freneticamente accompagnate costantemente dal ritmo delle percussioni. Contrariamente alla struttura tradizionale del rituale, la musica live segue l’andamento e le modificazioni del tessuto coreografico, enfatizzando quei momenti in cui i danzatori, in preda a un momento di sfrenato delirio, appaiono essere come in uno stato di trance. L’impianto illuminotecnico curato da Alessandro Catacchio crea interessanti giochi di luci; la fusione dei corpi delle danzatrici con le loro ombre proiettate sul pavimento creano sagome di figure animalesche, come quelle dei ragni.
Nel momento in cui si chiude il sipario, trascinandosi al suolo, due danzatrici continuano a danzare ossessivamente sul proscenio accompagnate dalle percussioni, dando libero sfogo al loro corpo. Il processo di guarigione e di espulsione di quel malessere fisico e psicologico continua oltre i confini della rappresentazione. Se in un primo momento lo spazio viene utilizzato in maniera convenzionale, alla fine, si assiste a un ribaltamento, per cui la danza continua sul proscenio e i performer escono dalle porte riservate al pubblico in platea.
In Wolf Spider, invece, si punta su una dimensione rituale in cui i danzatori collettivamente eseguono una danza estenuante frutto di un sottotesto coreografico estremamente stratificato e complesso. Vestiti tutti di nero e con indosso scarpe da ginnastica, si muovono all’unisono per quasi l’intera durata della coreografia. Qualità distintiva del collettivo è l’utilizzo di movimenti netti e spigolosi che nella loro essenzialità e ossessiva ripetizione hanno un carattere ipnotico sullo spettatore, il quale percepisce la fatica fisica dei danzatori, e un ambiguo senso di inquietudine.
[1] L. Dell’Osso, D. Toschi, Il corpo geniale. Nijinsky: percorso artistico e traiettoria di malattia mentale, Alpes Italia, 2021, p. 104.