di Silvia Barone
Quando Lella Costa è sul palco, il tempo smette di essere una linea retta. La sua Lisistrata, con la regia di Serena Sinigaglia e la produzione di INDA Fondazione, non abita il 411 a.C., ma il qui e ora, portando con sé la polvere dell’Acropoli e le cicatrici dei nostri conflitti moderni. La produzione riesce nell’impresa di onorare il testo originale di Aristofane, pur trasformandolo in una riflessione contemporanea e tagliente. Accanto a Costa, vi è un ensemble affiatato composto da Marco Brinzi, Francesco Migliaccio, Stefano Orlandi, Pilar Perez Aspa, Giorgia Senesi e Irene Serini.
Il punto di partenza, come detto, è l’opera omonima del 411 a.C., la prima grande commedia “femminista” della storia, dove le donne di Atene e Sparta decidono di attuare uno “sciopero del sesso” per costringere gli uomini a firmare la pace. La narrazione viene seguita tramite delle “scenette” comiche dei protagonisti, i quali spesso bisticciano per il ruolo che ricoprono (uomini che interpretano bellissime donne e donne che interpretano valorosi soldati); ci viene spiegato fin da subito, rompendo più volte la “quarta parete”, che i protagonisti sono ateniesi che hanno giurato di raccontare la loro storia fino a quando il mondo non imparerà la pace, invece di farsi sempre la guerra; e per questo non muoiono, anche dopo 2500 anni.
La sceneggiatura mantiene intatta la struttura di Aristofane, ma la arricchisce di una profondità emotiva che scavalca la pura farsa, rendendo il suo messaggio eterno. I temi affrontati — la follia della guerra, il potere del corpo femminile come strumento politico e la necessità di una saggezza superiore che superi l’ottusità maschile — risuonano con una forza disarmante nel contesto geopolitico attuale.
Al centro di tutto c’è la grandissima Lella Costa, nata a Milano nel 1952, una delle figure più autorevoli e colte del panorama teatrale italiano. Formatasi all’Accademia dei Filodrammatici, è celebre per la sua capacità di rileggere i grandi classici e i temi dell’attualità attraverso uno sguardo profondamente umano e intelligente. Tra i suoi successi storici si ricordano spettacoli come Magoni, Stanca di guerra e Alice: una meraviglia di Paese. Oltre al teatro, è un’apprezzata scrittrice, doppiatrice e attivista, nota per il suo costante sostegno a organizzazioni come Emergency.
Con la sua consueta ironia colta e la capacità di rompere la “quarta parete”, l’attrice non si limita a interpretare Lisistrata (letteralmente “colei che scioglie gli eserciti”), ma ne diventa la voce civile. La sua è una prova di grande equilibrio tra il registro comico e quello tragico. Al suo fianco, la compagnia si muove con affiatamento, sostenendo un ritmo serrato fatto di scambi veloci.
Dal punto di vista visivo, a colpire è la scenografia di Maria Spazzi, essenziale e funzionale, evita il ridondante per concentrarsi su pochi elementi simbolici che evocano l’Acropoli, permettendo al pubblico di focalizzarsi sulla parola. Caratterizzata dalla presenza di tante matasse di filo rosso aggrovigliate e uno schermo sullo sfondo, che ci accompagnano durante tutto lo spettacolo, abbiamo davanti una bella unione tra classico e contemporaneo.
I costumi sono un mix intelligente tra richiami storici e dettagli moderni, che sottolineano l’atemporalità della condizione umana e del messaggio trasmesso.
Il gioco delle luci ricopre un ruolo fondamentale per definire gli spazi emotivi. Passano da toni caldi e confidenziali durante i monologhi di Lella Costa a tagli più crudi e freddi nelle scene di scontro verbale tra i sessi.
La cura degli aspetti tecnici è evidente nel bilanciamento sonoro e nei tempi comici perfetti, orchestrati da una regia che non ha paura di rallentare per lasciare spazio alla riflessione.
Si lascia molto spazio all’esaltazione di ogni sfumatura della sua voce, così che il messaggio di pace di Lisistrata arrivi dritto al cuore di ogni spettatore.
Alla fine, tra i fili rossi aggrovigliati della scenografia, resta una verità scomoda: gli insegnamenti di questo spettacolo non sono un reperto da ammirare, ma un urlo che attende ancora una risposta definitiva; resta il presagio che i protagonisti della commedia, purtroppo, non moriranno mai.